L’evoluzione sociale ed il consumo di carne
Inviato: mar apr 10, 21:54:33
ecco un altro mio articolo pubblicato sulla rivista "Inquirer":
All’età della pietra inizialmente l’uomo si nutriva di carne ottenuta andando a caccia e talvolta non disdegnando il furto di carcasse da animali carnivori più piccoli. Una piccola parte della dieta era costituita da vegetali commestibili recuperati girovagando. In seguito un grosso miglioramento della qualità della vita si ebbe con l’introduzione dell’agricoltura e dell’allevamento che assicurarono un reperimento costante di cibo ed il fondamentale passaggio dal nomadismo ad una condizione stanziale. In epoca moderna l’introduzione delle tecniche di agricoltura intensiva ha permesso la crescita esponenziale della popolazione che può ormai godere quasi in ogni luogo di derrate alimentari di qualità a modico prezzo. A questo punto della storia è lecito effettuare un bilancio di convenienza della produzione e relativo consumo di carne ormai proveniente quasi esclusivamente dagli allevamenti gestiti con metodologie industriali. Dal punto di vista nutrizionale con il consumo di latte ed uova è possibile assumere tutti gli amminoacidi essenziali non sintetizzabili dal nostro organismo, naturalmente il resto delle proteine meno nobili è tranquillamente assumibile da fonti vegetali, anche particolarmente ricche come i legumi. Assodato che non è essenziale dal punto di vista del sostentamento il consumo di carne da parte dell’uomo, possiamo interrogarci sul costo di questo “bene di lusso” e sull’entità di risorse richieste al pianeta per potercene approvvigionare.
La richiesta di carne da allevamento per scopi alimentari è in netta crescita a causa della domanda dei paesi in via di sviluppo che fanno registrare un trend esplosivo per questo cibo “pregiato”, attualmente il contributo dell’allevamento all’emissione globale di gas serra è del 17,8 % (Le Scienze, agosto 2011) ben maggiore anche del contributo dei tanto bistrattati trasporti. Vi è da considerare inoltre lo stratosferico consumo di acqua potabile che comporta l’allevamento, in relazione all’apporto calorico che invece potrebbero fornire, se direttamente consumati dall’uomo, i foraggi dati in pasto al bestiame. Non si possono trascurare inoltre le ragioni del vegetarianismo etico, giustamente scandalizzato dal trattamento ricevuto dagli animali stoccati negli allevamenti intensivi che, per i pochi visitatori ammessi, non possono che risultare dei campi di concentramento e sterminio intollerabili per una società che voglia dirsi civile.
Non meno attuale, per i più egocentrici insensibili ad altre ragioni sociali, è la dissuasione al consumo smodato di carne e all’assunzione eccessiva di proteine animali promossa dall’organizzazione mondiale della sanità e da vari enti di ricerca che hanno evidenziato rilevanti correlazioni tra l’assunzione continuata di questi nutrienti e l’insorgenza di alcune tra le forme più diffuse di neoplasia dell’apparato gastro-enterico.
Ultimo aspetto che è doveroso affrontare prima di un impegno civile per una riduzione del consumo di carne e un conseguente ridimensionamento degli allevamenti intensivi, è quello del costo sociale della conversione dell’industria legata a questo settore: come sempre quando si decidono di attuare politiche di riprogrammazione a lungo termine di usi e costumi radicati nei cittadini è doveroso garantire un miglioramento della qualità della vita esteso a tutte le categorie della popolazione.
È comunque innegabile che un abbandono della vecchia tradizione di cibarsi di “animali morti” può portare ad un risparmio per gli alimenti dell’intera società, con la possibilità di distribuire derrate di alta qualità nutrizionale anche nei paesi dove si soffre ancora la fame pur mantenendo un risparmio dei costi complessivi. Nell’immediato la sostituzione dell’apporto nella dieta di costose proteine animali in favore di più salutari proteine di origine vegetale si tradurrebbe anche in un miglioramento del bilancio domestico grazie al risparmio nelle famiglie più evolute.
All’età della pietra inizialmente l’uomo si nutriva di carne ottenuta andando a caccia e talvolta non disdegnando il furto di carcasse da animali carnivori più piccoli. Una piccola parte della dieta era costituita da vegetali commestibili recuperati girovagando. In seguito un grosso miglioramento della qualità della vita si ebbe con l’introduzione dell’agricoltura e dell’allevamento che assicurarono un reperimento costante di cibo ed il fondamentale passaggio dal nomadismo ad una condizione stanziale. In epoca moderna l’introduzione delle tecniche di agricoltura intensiva ha permesso la crescita esponenziale della popolazione che può ormai godere quasi in ogni luogo di derrate alimentari di qualità a modico prezzo. A questo punto della storia è lecito effettuare un bilancio di convenienza della produzione e relativo consumo di carne ormai proveniente quasi esclusivamente dagli allevamenti gestiti con metodologie industriali. Dal punto di vista nutrizionale con il consumo di latte ed uova è possibile assumere tutti gli amminoacidi essenziali non sintetizzabili dal nostro organismo, naturalmente il resto delle proteine meno nobili è tranquillamente assumibile da fonti vegetali, anche particolarmente ricche come i legumi. Assodato che non è essenziale dal punto di vista del sostentamento il consumo di carne da parte dell’uomo, possiamo interrogarci sul costo di questo “bene di lusso” e sull’entità di risorse richieste al pianeta per potercene approvvigionare.
La richiesta di carne da allevamento per scopi alimentari è in netta crescita a causa della domanda dei paesi in via di sviluppo che fanno registrare un trend esplosivo per questo cibo “pregiato”, attualmente il contributo dell’allevamento all’emissione globale di gas serra è del 17,8 % (Le Scienze, agosto 2011) ben maggiore anche del contributo dei tanto bistrattati trasporti. Vi è da considerare inoltre lo stratosferico consumo di acqua potabile che comporta l’allevamento, in relazione all’apporto calorico che invece potrebbero fornire, se direttamente consumati dall’uomo, i foraggi dati in pasto al bestiame. Non si possono trascurare inoltre le ragioni del vegetarianismo etico, giustamente scandalizzato dal trattamento ricevuto dagli animali stoccati negli allevamenti intensivi che, per i pochi visitatori ammessi, non possono che risultare dei campi di concentramento e sterminio intollerabili per una società che voglia dirsi civile.
Non meno attuale, per i più egocentrici insensibili ad altre ragioni sociali, è la dissuasione al consumo smodato di carne e all’assunzione eccessiva di proteine animali promossa dall’organizzazione mondiale della sanità e da vari enti di ricerca che hanno evidenziato rilevanti correlazioni tra l’assunzione continuata di questi nutrienti e l’insorgenza di alcune tra le forme più diffuse di neoplasia dell’apparato gastro-enterico.
Ultimo aspetto che è doveroso affrontare prima di un impegno civile per una riduzione del consumo di carne e un conseguente ridimensionamento degli allevamenti intensivi, è quello del costo sociale della conversione dell’industria legata a questo settore: come sempre quando si decidono di attuare politiche di riprogrammazione a lungo termine di usi e costumi radicati nei cittadini è doveroso garantire un miglioramento della qualità della vita esteso a tutte le categorie della popolazione.
È comunque innegabile che un abbandono della vecchia tradizione di cibarsi di “animali morti” può portare ad un risparmio per gli alimenti dell’intera società, con la possibilità di distribuire derrate di alta qualità nutrizionale anche nei paesi dove si soffre ancora la fame pur mantenendo un risparmio dei costi complessivi. Nell’immediato la sostituzione dell’apporto nella dieta di costose proteine animali in favore di più salutari proteine di origine vegetale si tradurrebbe anche in un miglioramento del bilancio domestico grazie al risparmio nelle famiglie più evolute.